La Bibbia?

Quanto è vecchia la Bibbia?
L’ opinione, il consensus generale è che la Bibbia sia antichissima, le stime variano da 4 secoli AC a 8 secoli BC…
Ma è vero?
Uno degli studiosi di questo tema è stato Edwin Johnson

Edwin Johnson 1842 – 1901 [Inghilterra]
Johnson lavorò come professore di Letteratura Classica al New College di South Hampstead, Inghilterra. Iniziò ad analizzare la Bibbia in modo critico, seguendo il percorso di Baur e Harnack. Dal 1894 in poi, dopo il pensionamento, Johnson, che aveva già ricevuto dure critiche dopo aver pubblicato alcune delle sue nuove idee, scrisse il risultato della sua ricerca di una vita sotto forma di un libro intitolato “Le Epistole Paoline.”

Tratto da “le epistole paoliniane”

In termini generali, vorrei precisare che tutte le informazioni che possediamo sui libri ebraici, provenienti dagli stessi Ebrei, risalgono al XVI secolo.

Solo l’Età della Pubblicazione getta luce sulle tenebre precedenti, una luce che ci convince che le lettere ebraiche fossero allora una novità assoluta.

Negli ambienti cristiani è difficile rintracciare anche solo i deboli inizi dello studio
dell’ebraico nella prima metà del XVI secolo. Se la datazione del Poliglotta di Alcalá è corretta, l’ebraico era certamente conosciuto a quel tempo da un numero limitato di studiosi monastici, i quali lo trattavano senza riverenza, ma semplicemente come uno strumento di dominio ecclesiastico.
La loro cosiddetta versione latina non è una versione o una traduzione, ma una sorta
di parodia del significato ebraico. E io, almeno, non riesco a concepire che una cosa del genere sarebbe stata possibile se le Scritture ebraiche fossero esistite da tempo e il loro significato fosse stato generalmente compreso.
Ho già indicato quello che considero il testo chiave del sistema della letteratura latina o cristiana, ovvero la “Lista degli uomini illustri”. Esiste un testo chiave analogo per il sistema della letteratura ebraica? Senza dubbio sì; ma non si tratta della Bibbia ebraica, che non contiene, dall’inizio alla fine, una singola data, nel senso comune del termine, utilizzabile a fini scientifici. I libri che si presume abbiano autorità divina e che contengano una tradizione fin dalla creazione stessa, non si prestano necessariamente a una datazione come avviene per le composizioni oggettive.
Ma ora chiudete la Bibbia e aprite gli altri libri tradizionali degli Ebrei, per i quali non si rivendica alcuna autorità divina, e tutto diventerà chiaro.

La Cabala, o Tradizione, si rivela non essere affatto una tradizione, ma un’invenzione del Rinascimento delle Lettere. Il libro chiave è il “Sepher Juchasin” o “Libro delle Famiglie”, scritto in ebraico non punteggiato e attribuito alla penna di uno degli ebrei sefarditi, ovvero spagnoli e portoghesi, il rabbino Abraham Zacuth o Zacuto. Sebbene questo piccolo libro non sia mai stato tradotto, il suo contenuto è confluito in varie compilazioni e può essere consultato comodamente , ad esempio, nelle opere latine di Wolf o di Bartolocci. Si dice che il libro sia stato scritto intorno all’anno 1502 del nostro calendario.

Qual è dunque lo scopo di quest’opera? Essa pretende di contenere una storia degli eventi del mondo dalla Creazione fino all’epoca dell’autore. In particolare, contiene l’elenco dei presunti illustri studiosi ebrei, e corrisponde quindi all’elenco latino a cui ho fatto spesso riferimento.
Se si desiderano informazioni specifiche su Mosè Maimonide, o su qualsiasi altro scrittore famoso, è necessario consultare questo elenco, o uno degli elenchi successivi basati su di esso.
Non si può prescindere da esso. Se si tratta di un autentico resoconto dei tempi antichi e medievali, l’antichità ebraica è provata. Se, d’altra parte, è, come l’elenco latino, una mera invenzione volta a produrre l’illusione dell’antichità, l’intero sistema si rivela essere un’invenzione moderna.
Non esito ad affermare che, sottoposto a qualsiasi possibile verifica, il “Libro delle Famiglie” è un’invenzione del Rinascimento delle Lettere. Non solo non sono stati scoperti documenti antichi su cui si basi, ma gli scrittori ebrei successivi dell’Età della Pubblicazione confermano pienamente l’opinione che il sistema sia recente.
Affermo che le ammissioni del rabbino solitario Elias Levita, di cui si narra che abbia impartito lezioni a Lutero a Roma, sono di per sé sufficienti a stabilire la verità.
Cosa significa l’ammissione che i segni vocalici sono recenti, ma che la lingua scritta è ancora in uno stato grezzo e imperfetto?
Cosa significa l’ammissione che l’ebraico ha cessato di essere una lingua parlata dal popolo, diventando mero possesso degli intellettuali?
Significa che l’ebraico era una recente opera d’arte di intellettuali.
I rabbini si trovavano nella stessa posizione contraddittoria di tutti gli studiosi di estrazione
ecclesiastica: dovevano preservare l’antichità e la sacralità di libri che sapevano essere recenti e di origine umana. La verità, come al solito, sfugge all’occhio iniziato e, forse, era proprio ciò che alcuni tra questi studiosi, più illuminati e amanti della verità, intendevano far trapelare.
Quando uno scrittore come il canonico Driver, seguendo numerosi precedenti, afferma che le dichiarazioni di Elia e di altri rabbini riguardo alla loro letteratura non sono attendibili, la risposta, con tutta cortesia, è che un canonico della Chiesa anglicana non è nella posizione di fornire un resoconto critico delle Scritture, così come non lo sono i rabbini ebrei.
Tuttavia, attraverso il metodo dell’analisi, è possibile estrarre la verità dalle contraddizioni degli stessi rabbini.
Le storie di scuole “palestinesi” e “babilonesi” non sono altro che leggende. Un tempo pensavo che esistessero scuole spagnole di studi ebraici nell’XI o XII secolo della nostra cronologia; ma, dopo aver scoperto la favola dell’opera di Zacuto, ho capito che anche questa ipotesi doveva essere abbandonata.
Né riesco a trovare informazioni certe sulla cultura ebraica fino al 1492, anno in cui si
dice sia avvenuto il grande esodo dalla Spagna.

I resoconti ebraici di quell’evento sono molto scarsi e sembrano essere stati trascritti verso la metà del XVI secolo.
Un altro libro importantissimo per comprendere l’ascesa della letteratura ebraica è la cronaca attribuita a Rabbi Giuseppe, un altro sefardita, che si dice abbia vissuto in esilio ad Avignone e a Genova.

Si tratta di un uomo che si potrebbe definire un “autore della Bibbia”, tanto è profondamente immerso nell’immaginario poetico ebraico. È una delle migliori guide bibliche esistenti e, poiché la sua opera è stata tradotta in inglese, dovrebbe essere studiata da tutti coloro che desiderano giungere alla verità.

Rappresenta inoltre un’altra potente testimonianza indiretta contro l’antichità della scrittura ebraica.
Un altro elemento da aggiungere alla somma delle prove è il cattivo stato di conservazione del testo delle prime Bibbie ebraiche stampate. Riuscite a concepire che un testo a lungo in uso, gelosamente custodito dai pastori e dai governanti del popolo, possa uscire dalla tipografia zeppo di errori e recante tutti i segni di fretta e incuria?

Per me questo è inconcepibile. In breve, sarebbe una debolezza insistere su questo argomento, una volta chiaramente esposto. Ed è questo: il fenomeno delle lettere ebraiche durante l’Età della Stampa (o XVI secolo) ci impedisce di supporre che siano un’invenzione di epoca molto precedente.
Ripeto: secondo la tradizione cristiana, che i miei lettori troveranno nei manuali, il primo studioso cristiano ad apprendere l’ebraico da maestri ebrei non fu altri che il nostro famigerato Girolamo, o l’immaginario Girolamo, portavoce dei monaci dell’Età della Pubblicazione.
Ancora una volta: quando si comprende che le opere di “Girolamo” sono di quell’epoca, molte nubi si dissolvono, molti enigmi vengono risolti.

Attraverso questo immaginario studioso apprendiamo che i monaci avevano a disposizione l’ebraico senza vocali; che, di conseguenza, la stessa parola poteva essere letta come Roim , pastori, o Reim, amanti; che un’altra parola poteva essere letta come Salem o Salim, perché “molto raramente gli ebrei usano le vocali, e le parole possono essere pronunciate in modo diverso, a seconda del capriccio dei lettori e della varietà delle regioni”; che la parola ebraica DBR, senza vocali, può essere intesa come dabar, parola, o come daber, peste; che SM può essere intesa come posto (sam), o come lì (sham); e così via (“Hieron. Ep. ad Damasum”,
125; “Ad Evag.” 126; “Comm. ad Heb. 111., 5”, e così via ).
Inoltre: è solo attraverso il Talmud che possiamo sapere cosa gli studiosi ebrei desideravano che il loro popolo credesse riguardo alla Bibbia; e, certamente, la raccolta di sapere ebraico chiamata con questo nome non era conosciuta fino all’inizio dell’Età della Pubblicazione, quando fu denunciata dagli studiosi cristiani come completamente incompatibile con il cristianesimo.

I trattati talmudici dimostrano che la semplice calligrafia ebraica è ancora imperfetta e che, in molti passi, non sono state stabilite letture corrette. I buoni rabbini velano le loro osservazioni critiche, per quanto limitate, sotto la figura della “Tradizione di Mosè dal Monte Sinai”.
La Masora (tradizione) non è altro che un altro travestimento delle invenzioni degli uomini di lettere ebrei. Non si può andare oltre le affermazioni di Zacuto a questo proposito riguardo alla “consuetudine dei saggi di Tiberiade” (chiunque si intenda), tra i quali figuravano i Masoriti, che tramandarono la punteggiatura.

Si tratta essenzialmente della stessa affermazione ripetuta da Elia il Levita. Ma, in queste favole, non si allude ad alcuna Tiberiade in Siria: solo dopo che i presunti nomi propri nella letteratura ebraica saranno stati sottoposti a un riesame critico potremo ipotizzare cosa
si intenda realmente.
Devo però rimandare i miei lettori più eruditi alla Bibbia rabbinica di Bomberg, Venezia (datata 1518 -1526), e a Elia il Levita, per ulteriori e dettagliate prove di quanto ho affermato in riferimento alla novità e alla plasticità delle lettere ebraiche durante il Rinascimento. Senza dubbio si tratta di un fenomeno europeo.

Ma se gli studiosi ebrei abbiano iniziato il loro lavoro in Spagna, in Francia o in Italia, è una questione sulla quale non oserei pronunciarmi con certezza finché non avessi esaminato
attentamente ogni singolo elemento delle prove circostanziali.
Aggiungo che il clero ebraico, come quello latino, era più interessato a divertire e distrarre il pubblico con discussioni sui dettagli insignificanti dei loro testi che a impegnarsi nella discussione sulla questione fondamentale se la loro teoria della storia fosse di per sé vera e affidabile.
Tutti gli organi clericali ci hanno insegnato a “soffocare le zanzare e ingoiare i cammelli”.
I miei lettori potrebbero rimanere sbalorditi dai risultati a cui li ho condotti attraverso un’indagine critica. Io, d’altro canto, come scrittore esposto a molte critiche, mi sia concesso di esprimere il mio stupore per il fatto che nessun critico si sia interessato a sufficienza all’argomento da studiarlo e scoprire i fatti molto semplici che ho portato alla luce in relazione all’ascesa della letteratura ebraica.
Non sorgerà mai un avversario in grado di ribaltare la posizione generale che ho assunto; ma prevedo con fiducia che i miei passi saranno seguiti da studiosi, i quali chiariranno al pubblico che le lettere ebraiche sono forse un’invenzione ancora più tarda di quanto io abbia affermato.
Con rammarico mi allontano da questo affascinante argomento per affrontare in particolare la questione che sono tenuto a trattare. Una figura come Saulo-Paolo è mai stata nota alla tradizione ebraica o all’arte letteraria ebraica?

I miei lettori avranno già intuito la risposta negativa. E qui si conclude la questione.
Uno studioso ebreo, cresciuto ai piedi di un rabbino in tutta la saggezza rabbinica, uno dei grandi fondatori della nuova religione: eppure la “tradizione” ebraica non conosceva né il maestro né lo studioso! È un’assurdità intollerabile.

Un persecutore della nascente Chiesa cristiana! Quale potere hanno mai avuto gli ebrei, come li conosciamo, di perseguitare i cristiani con mezzi legali o in senso proprio?

Oh, che follia! La comunità ebraica, così come si presenta oggi agli occhi del mondo, è
sempre soggetta a oppressione violenta, ma non ha mai avuto il potere indipendente di opprimere con la violenza. Quando mai è stato diverso? Mai. È assurdo discutere di una questione che non è affatto una questione.
Infine, i miei lettori mi chiederanno: perché gli scrittori, nell’interesse della Chiesa cattolica (i
monaci), inventarono l’ideale di un ebreo convertito, che divenne il loro più grande apostolo?

La risposta è che era fondamentale nel loro sistema far sì che gli ebrei fossero indirettamente i fondatori della Chiesa. “Vorremmo che fossero sterminati, ma senza i loro libri non possiamo andare avanti”, dice Polidoro.
Verissimo! E questa è una delle frasi che svela l’intero enigma paolino.
Paolo doveva essere ebreo, dicono tutti. Doveva essere cattolico, dicono tutti i cattolici. Doveva essere protestante, dicono tutti i protestanti. Ma il punto cruciale è che gli ebrei non hanno mai riconosciuto la figura di Saulo-Paolo.

Hanno semplicemente fornito il nome di Saul della tribù di Beniamino, un re persecutore, affinché l’ingegno dei monaci potesse elaborarlo.
Paolo, in quanto cittadino sia ebreo che romano, è in gran parte allegorico della stessa costruzione della Chiesa cattolica.

Data l’estrema difficoltà di penetrare la vita segreta di quel periodo oscuro di quattrocento
anni fa, possiamo solo ricorrere a congetture probabilistiche sul corso degli eventi.
Gli studiosi ebrei, dispersi dalla Spagna, si dedicarono alla loro letteratura legislativa e poetica. Senza dubbio, a suo modo, si trattò di una grande impresa; il contenuto misterioso e imponente dei libri attirò attenzione e invidia; il successo nel riunire le famiglie ebraiche disperse in una comunità simile a quella islamica ispirò imitazioni di imprese analoghe. Alle società militari formatesi per resistere agli orientali succedette la confederazione spirituale-militare dei monaci. Il loro obiettivo era perseguitare e opprimere il popolo ebraico, e utilizzare i suoi libri sacri per uno scopo diametralmente opposto a quello per cui erano stati concepiti.

Credo che nella stessa Bibbia ebraica, in forme velate e allegoriche, si trovino allusioni a quelle confederazioni contro il popolo, forse all’ascesa del monachesimo (i K’morim) e del papato stesso. Il piano nefasto fu portato a termine, e ad esso dobbiamo la figura dell’ex apostolo persecutore.
Non riesco a concepire che un qualsiasi studioso ebreo di profonda intelligenza e solida cultura possa mai essere convinto e convertito al cristianesimo, abbandonando la propria semplice fede, da alcuno degli argomenti attribuiti a questo presunto apostolo ebreo, o a qualsiasi suo pari.

Tuttavia, gli studiosi ebrei potrebbero ancora fare molto, sull’esempio di Bernays, nell’analisi delle Epistole, cercando di mostrare con maggiore chiarezza, se possibile, da quali fonti e in quale periodo storico sia stata tratta la base ebraica, e di stabilire la veridicità generale della mia tesi sulla modernità delle lettere ebraiche e sulle cause di quella superstizione sulla loro presunta immensa antichità che sta ormai scomparendo nel mondo colto.

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L’invenzione del 14° secolo di un dio che favoriva gli ebrei come popolo eletto era l’equivalente di quel tempo al Netflix e a Hollywood di oggi.
Non esiste un solo reperto storico scritto in ebraico!
Basterebbe questo.
Così come non esiste alcuna prova dell’esistenza di un Mosè biblico.
La storia di Mosè è stata tratta dalla vita di Nimrod re mesopotamico…
Altra fiction!

Tutta l’invenzione venne accreditata come “storica”, ma la gente era scettica sulla storicità, per questo Moshe Maimonide scrisse questo:

Erano imperplessiti!
E ti credo!

Di Franco Remondina

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