I ragli d’asino non arrivano in cielo (proverbio mediorientale)
Il mito del caldo senza precedenti: cosa ci dicono le cronache storiche e la scienza dei cicli naturali sulle temperature del passato (molto più alte di quelle di oggi)

Dall’asciugamento dei grandi fiumi europei alle misurazioni scientifiche del passato, un’analisi critica contro il catastrofismo mediatico per comprendere la complessa variabilità del clima
Dall’articolo
Il tema del cambiamento climatico è tornato a dominare il dibattito pubblico dopo la grande ondata di caldo che nei giorni scorsi ha colpito il cuore del Vecchio Continente. Eppure, nel corso del primo millennio e dei secoli successivi, l’Europa è stata ripetutamente colpita da temperature estreme ben documentate dai cronisti dell’epoca, i quali descrivono scenari che oggi verrebbero catalogati come catastrofi climatiche inedite. Già nell’anno 627, una straordinaria ondata di calore flagellò la Francia e la Germania, esaurendo completamente le sorgenti idriche e provocando una drammatica crisi dovuta alla scarsità d’acqua che portò alla morte per sete di moltissimi individui. Poco più di due secoli dopo, nell’879, il lavoro nei campi divenne impraticabile, con braccianti agricoli che perivano nel giro di pochi minuti a causa dell’intensità della radiazione solare. Questo scenario di severa siccità si ripresentò nel 993, quando la vegetazione bruciò spontaneamente sotto l’azione di un sole implacabile, e nel 1000, anno in cui i principali fiumi europei si prosciugarono lasciando cumuli di pesci a putrefarsi in poche ore. Le cronache del 1022 riportano che uomini e animali crollavano esanimi se osavano esporsi al sole estivo.
La situazione toccò picchi drammatici nel 1132, quando i letti dei fiumi non solo si seccarono, ma la terra si spaccò assumendo la durezza della pietra, riducendo il possente fiume Reno in Alsazia a un esiguo ruscello. Poco dopo, nel 1139, l’Italia intera fu stretta in una morsa di calore intollerabile che incenerì la vegetazione. Persino gli eventi bellici risentirono di queste anomalie, come accadde nel 1200 durante la battaglia di Bela, dove il sole causò un numero di vittime superiore a quello delle armi, falciando i soldati in intere file regolari. Nel 1277 si registrò una tale scarsità di foraggio da mettere in ginocchio l’allevamento, mentre tra il 1303 e il 1304 i corsi d’acqua di Reno, Loira e Senna rimasero completamente in secca, delineando una storia del clima caratterizzata da fluttuazioni termiche straordinarie ben prima dell’avvento dell’industrializzazione.
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La transizione verso l’era moderna e l’illusione degli strumenti
Con l’avanzare dei secoli, la tendenza al riscaldamento periodico non è svanita, smentendo l’idea che il passato fosse un’epoca di stabilità termica imperturbabile. A partire dal 1615, il calore in Europa tornò a crescere in modo eccessivo, colpendo duramente nazioni insospettabili come la Scozia nel 1625, dove la mortalità di uomini e bestiame fu altissima e la popolazione non osava avventurarsi all’esterno nelle ore centrali della giornata, mentre la carne si cuoceva per la sola esposizione ai raggi solari. Nel 1718, una siccità straordinaria impedì la caduta di pioggia per sei mesi consecutivi, costringendo i negozi e i teatri a chiudere i battenti, mentre nei giardini irrigati gli alberi da frutto fiorirono due volte.
Proprio in questo periodo storico, le osservazioni meteorologiche iniziarono ad avvalersi dei primi strumenti scientifici, sollevando importanti questioni metodologiche. Quando le cronache storiche e i giornali dell’epoca menzionano picchi termici apparentemente moderati, è fondamentale applicare una corretta interpretazione scientifica. Ad esempio, per i dati storici del Settecento e dell’Ottocento veniva spesso impiegata la scala Réaumur, in cui valori come 35 o 36 gradi corrispondono rispettivamente a circa +43,7°C e +45,0°C della nostra scala Celsius. Inoltre, i termometri ottocenteschi non venivano collocati nelle moderne capannine meteorologiche ventilate e isolate, ma erano posizionati all’ombra profonda di spessi muri in pietra esposti a nord o all’interno di stanze non climatizzate. Registrare valori elevati in simili condizioni protette denota la presenza di ondate di calore storiche di un’intensità eccezionale, paragonabili o superiori ai record odierni. Esempi eclatanti si riscontrano nel 1753, con picchi equivalenti a +47,8°C, o nel 1793, quando il calore spaccò i mobili in legno nelle abitazioni e deteriorò la carne in meno di un’ora, fino a raggiungere il record parigino del 1846 con l’equivalente di ben +51,7°C registrati però direttamente al sole con le scarse e rudimentali conoscenze dell’epoca.
I cicli climatici naturali e l’evidenza paleoclimatica
Al di là delle cronache scritte e dei resoconti d’archivio pubblicati nelle riviste mediche e scientifiche del diciannovesimo secolo, la validità di uno sguardo a lungo termine sul clima trova riscontro empirico nella paleoclimatologia. Gli studi condotti sulle formazioni geomorfologiche, come l’analisi delle variazioni termiche ricavate dagli speleotemi all’interno della Cold Air Cave in Sudafrica, confermano la presenza di cicli climatici naturali di scala millenaria che prescindono interamente dalle emissioni antropiche di gas serra. I dati geologici ed ecologici evidenziano chiaramente l’esistenza di periodi caldi globali, come il periodo caldo romano e il periodo caldo medievale, fasi storiche in cui le temperature hanno raggiunto livelli paragonabili o superiori a quelli attuali.
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Tuttavia, la scienza moderna ci insegna a evitare generalizzazioni semplicistiche, poiché le dinamiche del clima non si manifestano in modo identico e sincrono sull’intero pianeta. L’analisi dei record africani mostra, per esempio, un forte picco di riscaldamento locale in concomitanza con quella che in Europa è conosciuta come la Piccola Era Glaciale. Questo fenomeno dimostra come i cambiamenti climatici del passato fossero influenzati da complessi sistemi meteorologici regionali, dalle dinamiche atmosferiche dell’Oceano Indiano e da oscillazioni cicliche intrinseche. Tali evidenze scientifiche ridimensionano la narrativa di un clima passato statico e idilliaco, mostrando come le anomalie calde siano componenti strutturali dell’evoluzione planetaria.
Declassare l’allarmismo per una scienza del clima più obiettiva
L’analisi scientifica del passato offre gli strumenti concettuali necessari per contrastare l’allarmismo climatico che oggi domina il dibattito pubblico e i canali d’informazione di massa. Le dichiarazioni sensazionalistiche rilasciate da figure istituzionali, volte a descrivere ogni estate come la più calda di sempre e a sostenere che le città stiano letteralmente cuocendo a causa di un inedito cambiamento climatico, si scontrano inevitabilmente con la realtà della storia documentata. Questo cortocircuito comunicativo non è un fenomeno recente, ma si ripete ciclicamente nei secoli, alimentato dalla tendenza umana a considerare la propria epoca come unica o terminale.
La narrativa catastrofica prospera spesso sulla mancanza di memoria storica collettiva e sulla parziale inaccessibilità dei documenti d’archivio da parte del grande pubblico. Riscoprire i dati scientifici e i resoconti cronologici conservati nei diari meteorologici permette di ricondurre le attuali fluttuazioni termiche all’interno di una variabilità naturale intrinseca al sistema Terra. Sostituire l’isteria mediatica con un approccio razionale, basato sulle evidenze documentali e sull’analisi rigorosa dei fatti storici, rappresenta il primo passo per sviluppare una comprensione oggettiva del clima, che protegga la società sia dalle reali sfide ambientali sia dalle distorsioni della propaganda ideologica.
Di Franco Remondina
